Un’attività tramandata da padre a figlio per tre generazioni. Una storia fatta di
soddisfazioni ma anche di sacrifici. Alfonso Migali ripercorre l’evoluzione dell’azienda nata nel 1925. Oggi le sedi sono due: in viale Leopardi e in viale Della Repubblica
Esserci sempre: con la luce e con il buio, con la pioggia e con il sole, in salute e in malattia (e mai proposito fu più calzante di questo). Ovvero per quasi 525.960 minuti – quelli che costituiscono un arco di tempo di 365 giorni – salvo una manciata di trascurabili istanti: e solo in via Leopardi. Perché poi, addizionati con quelli, sempre annuali, dell’altro presidio di salute pubblica di viale della Repubblica, fanno circa 721mila minuti di battenti aperti, solo nell’ultimo anno, quello del secolo di attività. A distribuire pappine e creme per il viso, solari e bagni schiuma, ma soprattutto – soprattutto – medicinali che a volte possono fare la differenza tra la vita e la morte.

Oppure, senza voler andare necessariamente sul tragico (ché di motivi ne abbiamo già tanti, tutti quanti, di questi tempi), lo scostamento quantistico, la sliding door tra il poter salire su una nave da crociera perché l’influenza è stata arginata per tempo e il dover rimanere a casa a piangersi i soldi, la vacanza e magari pure un amore che sarebbe sbocciato tra Atene ed Istanbul, e invece no.
Avevo 15 anni e ancora
ricordo il trasferimento
notturno, a spostare
cassettiere nella
farmacia nuova
in una città sconosciuta
Quanto conta insomma una farmacia aperta H24, tra le comodità che diamo per scontate nella nostra esistenza? Valore incalcolabile. E se poi la farmacia ha, per dire, cento anni di esperienza alle spalle – perché magari, come nel caso di specie, ha inaugurato il suo brand, diciamo così, nel 1925 – immaginate un poco.
E quindi sì, stiamo parlando della Farmacia Migali: anzi, delle Farmacie Migali. Che ormai sono due – l’astronave madre di viale Leopardi 116 e la navicella
di viale della Repubblica 80 – a vegliare con tutto il loro back-ground di conoscenza ed esperienza, sulla salute cittadina, dal 1980: anno in cui Giulio Mi-
gali decise di trasferirsi a Lecce da Potenza, dove era giunto dopo giri familiari vari: papà Alfonso, calabrese laureato in Chimica e farmacia a fine 1924, che un anno dopo dirige la sua prima farmacia a Isca sullo Ionio, Catanzaro, e quella dell’ospedale civile di Viterbo; poi nel 1929 rileva la sua prima farmacia a
Montalto Uffugo, Cosenza, ma poi, allo scoppio della seconda guerra mondiale, passa a guidare le farmacie ospedaliere militari di Messina, Francavilla Fontana, Grottaglie e Taranto. Per poi tornare a fine ostilità a Montalto, a lavorare senza mai un giorno di riposo e a diventa re nel 1954 presidente dell’Ordine dei farmacisti di Cosenza.
Nel 1967 il figlio Giulio, stessa laurea, imprime la prima svolta anagrafica alla famiglia acquistando una farmacia in Basilicata, rimanendoci per 13 anni.
Professione cambiata
Oggi si va verso
la farmacia dei servizi
Non si possono solo
vendere medicine: si rischia il fallimento
Prima di optare per Lecce, «perché Potenza era troppo fredda», racconta oggi da viale Leopardi Alfonso Migali, terza generazione alchemica del caso (perché sì, i farmacisti sono i discendenti diretti degli alchimisti di un tempo). Aprendo quindi una farmacia di fronte a vico delle Giravolte, «quando dal centro storico di Lecce si passa va ancora in macchina»; luogo dove il dottor Giulio rimane due anni prima di trasferirsi, fustelle e alambicchi (che allora erano ancora la regola), e dopo una montagna di ricorsi di contro-interessati vari («perché mio padre era l’ultimo arrivato»), in una contrada più moderna e stimolante (perché all’epoca il borgo antico di Lecce, è storia, non lo era poi tanto): via San Domenico Savio.
È il 1985, «io avevo 15 anni, due fratelli più piccoli, e ancora ricordo il trasferimento notturno, a spostare le cassettiere nella farmacia nuova di una città nuova con cui la mia famiglia non aveva mai avuto nulla a che fare prima: non so se per spirito d’avventura o incoscienza», continua il dottor Alfonso Migali.
Altro periodo tosto a fine anni ’80, quando le Asl non pagavano: «Ma ci fu un dicembre in cui versarono invece a mio padre un arretrato di cinque anni.
Periodi molto difficili». Nel 1992 il nuovo trasferimento: nei locali di via Leopardi
Sono gli anni in cui comincia la turnazione notturna della Farmacia Migali, che nel 2001 accoglie fresco di laurea l’Alfonso nipote, appunto: nel 2009 direttore della farmacia, oggi titolare dell’attività nel frattempo collocata, nel 2016, nella nuova (e attuale) sede di via Leopardi 116, superficie di 480 metri quadrati che conferisce alla Farmacia più l’aspetto di un piccolo, delizioso centro commerciale che quello, appunto, di un luogo da cui fuggire dopo aver comprato supposte e antiemetici. A tutte le ore, come da tradizione di famiglia: «Qui in viale Leopardi siamo aperti regolarmente dalle 8 alle 22.30, poi per le urgenze bisogna suonare e
pagare una piccola cifra a titolo di diritto addizionale».
Nel 2021 la “famiglia” si è poi allargata con l’acquisto della vecchia Farmacia Lolli di viale della Repubblica. E Alfonso Migali, cui il padre Giulio aveva consigliato, quando c’era da decidere che direzione dare alla vita, “fai un’altra cosa” (per poi
rinfacciare “Ricordati sempre che io ti avevo consigliato di fare un’altra cosa”), non ha dubbi: la professione è molto cambiata, in cent’anni, le norme si modificano ogni tre per due, «e oggi si va verso la farmacia dei servizi: non si possono vendere solo medicine, si rischia di fallire. E noi qui siamo 25, non possiamo permettercelo».
Così si va avanti con ottimismo comunque, verso i prossimi cent’anni del brand – «anche se ormai sono i fondi azionari a gestire le farmacie, è saltato quindi il rapporto diretto con il cliente» – e ci si guarda ancora intorno, programmando altre manovre espansive. E se i figli del dottor Alfonso due gemelli piccoli e un bambi-o di 9 anni – non volessero un domani continuare una missione bella e però pericolosa, che una volta ha portato una rapina a mano armata con la Farmacia piena di gente alle sei del pomeriggio, si vedrà. Ma le peregrinazioni sono finite, pare: «Ormai siamo leccesi a tutti gli effetti».

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